Le montagne come ponti

07.09.2020Pauline KrätzigPauline Krätzig

Da oltre seicento anni uomini e pecore si spostano tra i pascoli e le malghe del Tirolo e dell’Alto Adige. Cime da 3.000 metri, ripidi valichi e frontiere create dall’uomo non sono d’ostacolo alla tradizione della transumanza.

Sui pendii sud-orientali dei monti Guslarspitzen il sole d’autunno è basso ma ancora forte. La neve che di tanto in tanto imbianca la Rofental si scioglie subito e sui pascoli delle Ötztaler Alpen risuona ancora il tintinnio dei campanacci. Sull’asta davanti alla vecchia malga sul Rofenberg sventola la bandiera del Tirolo. D’un tratto si sente il sibilo di lattine che si aprono. Due dozzine tra donne e uomini, appoggiati agli steccati di legno o seduti sulle panche, si stanno concedendo una birra fresca, per intenditori. Per oggi il lavoro è finito. Indossano grembiuli blu, la tenuta da lavoro tipica degli altoatesini. Solo Herbert è senza grembiule: la taglia unica gli sta troppo stretta. Prima di andare in pensione Herbert segava gradini di marmo e steatite, ma sono più di quarant’anni che dà una mano anche alla malga Rofenbergeralm: 700 ettari di pendii ripidi disseminati di centinaia di puntini bianchi: negli ultimi tre giorni i pastori hanno riunito e stabbiato 1.400 pecore. Senza binocolo sarebbe impossibile individuarle, ecco perché tutti ne portano uno sul petto, protetto sotto il grembiule come fosse un neonato. Le ultime a fare capolino da oltre la cresta sono le madri pecore con i loro agnellini ancora barcollanti. Da allora è tutto un riecheggiare di versi e belati. Bee, baa, beeeee. Adesso sono tutte insieme, le pecore. La sera i pastori fanno festa, consci di quello che li aspetterà l’indomani: all’alba, con o senza mal di testa, si metteranno in marcia e con l’aiuto di qualche cane guideranno le pecore oltre la cresta delle Ötztaler Alpen. Propio come fanno ogni anno, puntuali, verso la metà di settembre. Quello che potrebbe sembrare un’abitudine scomoda si chiama transumanza ed è un diritto che gli allevatori di pecore altoatesini detengono da oltre seicento anni. Due documenti, rispettivamente del 1357 e del 1415, li autorizza a far pascolare il loro bestiame su circa 2.900 ettari tra la Rofental e la Niedertal.

Il cammino delle pecore risale il corso del torrente Rofenache fino al valico dell’Hochjoch.

È una consuetudine che le comunità agrarie altoatesine portano avanti ancor oggi. L’erba del vicino austriaco è effettivamente più verde. Ogni giugno dalla Val Venosta e dalla Val Senales gli allevatori riuniscono le loro pecore e capre a Vernago e a Maso Corto e da lì si mettono in cammino. Oltrepassati due valichi, raggiungono gli alpeggi della Ötztal. Per tre mesi le pecore si godono i prati freschi e rigogliosi della Quelltal, nei pressi di Vent, mentre i pascoli magri del versante altoatesino delle Alpi si riprendono dal brucare e trotterellare degli animali. C’è un capo-pastore soltanto che si occupa da solo delle pecore per tutta l’estate: con dei marcatori colorati le contrassegna con punti e ghirigori rossi, viola, verdi e blu per distinguerne il proprietario, sparge sale sulle rocce, cura le zampe rotte e le libera dai parassiti. Poi arriva l’autunno e i pastori tornano per riportare il bestiame a casa.

Se l’allattamento procede come deve, mentre succhia dalla mammella l’agnellino scondinzola.

L’uso di marcatori colorati permette di identificare il proprietario delle pecore, contrassegnate con punti e simboli rossi, viola, verdi e blu.

Il viaggio verso casa comincia nella Rofental a 2.400 metri di quota. Sui pascoli ormai è rimasta pochissima erba. L’unico superstite è l’aconito con i suoi vivaci fiori blu: è velenoso e le pecore sono sì ingorde, ma non stupide. Tra i pastori fervono gli ultimi preparativi prima della partenza. Herbert mangia una fetta di pane nero con la marmellata. Fatjon versa del granulato istantaneo di tè freddo alla pesca in una bottiglietta di plastica. Jonas svuota in un unico sorso la sua bottiglia di tè freddo alla pesca e la porge a Hugo: questi, accucciato, munge al volo una madre pecora e con la bottiglia piena di latte tiepido dà da bere a un agnellino appena nato che non riusce a succhiare dalla mammella. L’intera procedura dura appena tre minuti e, come ogni cosa in questi giorni, si svolge in modo automatico e pragmatico.

Gli agnellini sono in grado di stare in piedi già mezz’ora dopo la nascita, ma il ripido cammino sulla cresta sarebbe troppo per le loro zampette inesperte. Hugo, il canuto Henry Fonda con il cappello di feltro a tesa larga, ha consegnato per decenni casse di legno per il raccolto delle mele e riuscirebbe a portare in spalla anche una ventina di agnelli al di là delle Alpi. Poi però racconta che di recente un agnellino si è rotto una zampa posteriore, e che un altro durante i primi tentativi di camminata è caduto in un dirupo. La decisione del capo-pastore Hans è probabilmente la più saggia: più tardi tornerà a prendere con il fuoristrada gli esemplari più giovani, le madri e due pastori.

Löck, löck, löck – Hoi, hoi, hoi

In un gregge non ci sono solo animali adulti nel pieno delle forze, ma anche giovanissimi, vecchi e malati. Ecco perché la transumanza non è qualcosa per persone impazienti: a stabilire la velocità è sempre il membro più lento del gregge. Questo ruolo oggi è di una pecora con un bollino rosso sulla nuca, che però non è né vecchia né ammalata. È semplicemente una pigrona. La velocità media della retroguardia è di 2,1 chilometri orari: meno di un metro al secondo. Lungo il primo tratto, che dalla malga sale ripido fino a un ponticello sull’Hintereisbach, si procede ancora più lentamente. Il ponte sospeso è stretto, ondeggia. E alle pecore non piace per niente. “Löck, löck, löck”, gridano i pastori. “Sì, lecca-lecca!”, ribatte Hugo ai dilettanti che sbagliano il tipico grido d’incitamento, pronunciando ‘e’ al posto di ‘ö’. ‘Lecken’ (leccare) non c’entra proprio niente, fa notare Hugo sghignazzando con i suoi denti d’oro. Le pecore, in ogni caso, oggi sembrano obbedire di più a “Hoi, hoi, hoi”, la variante di richiamo più gentile.

Un groviglio di pecore di montagna: Pecora Alpina Tirolese (Tiroler Bergschaf), Pecora della Val Senales (Schnalser Schaf) e la nero-bruna Pecora del Giura (Juraschaf)

L’immagine del Buon Pastore sui santini è sempre molto bucolica: Gesù, scalzo e avvolto in un’aurea dorata, senza alcuno sforzo apparente porta sulle spalle un agnellino candido e guida un gregge di docilissime pecore. “La maggior parte della gente pensa che le pecore facciano tutto da sole”, spiega Hugo. Il suo grembiule blu è intriso di sangue rappreso, ricordo del parto che ha assistito in mattinata. Se le pecore fossero credenti, sarebbero certamente cattoliche, visto che il Salmo 23 “Il Signore è il mio pastore” sembra fatto apposta per loro: le pecore non hanno nemmeno un nome, ma non mancano di nulla. O, come dice un proverbio altoatesino: “Prima la pecora, poi la donna”.

Considerato l’animale domestico più antico, da sempre la pecora rifornisce l’uomo di carne, latte e lana. Non per niente è dal termine latino ‘pecus’ (bestiame, pecora) che deriva ‘pecunia’ (denaro). Una moneta che però negli ultimi anni è crollata, anche in Alto Adige. Ogni anno le pecore che arrivano in Ötztal sono sempre di meno. Nel 1977 erano ancora 7.000. In Alto Adige, in gran parte dei casi, oggi le pecore sono più che altro un hobby. L’allevamento è un’attività che non conviene più. Un chilo di lana bianca rende 39 centesimi. I pastori in realtà spesso fanno un altro mestiere. Lukas è falegname, Hannes meccanico e Pirmin elettrotecnico. Doris affitta lussuosi appartamenti per le vacanze. Karl coltiva mele e cavolfiori. Marian ha sedici anni e va ancora a scuola. Florian è stato operato al menisco. Jörg ha avuto quattro ernie al disco. Eppure sono venuti tutti dall’Alto Adige per la transumanza delle pecore. Perché? “Perché è la tradizione”, una risposta da cui non traspira senso del dovere, bensì orgoglio. La tradizione non si discute. La tradizione è la loro realtà. È parte della loro vita.

Le compresse e le creme a base di placenta ovina sembrano avere un’azione ringiovanente sulla pelle stressata della gente di città. Ai pastori bastano l’aria di montagna e le pecore per tenersi in forma.

Le pecore sono animali sociali e sensibili. Quando muore una pecora, tutto il gregge soffre. Beeeeeh!

Tracce antiche di millenni

Per le pecore Hugo ha interrotto la sua pensione. Lui e i suoi undici fratelli, chi prima chi dopo, hanno partecipato alla transumanza. Il più vecchio, Hans, è capo-pastore. Willi, il secondo, lo è stato per quarant’anni. Prima di loro alla Rofenbergalm ci andava il padre, e prima ancora il nonno e il bisnonno. Già a sei anni Hugo guidava le pecore da solo attraverso il Similaun – proprio là, sul valico del Tisenjoch, dove dal ghiacciaio è emersa la mummia di Ötzi. Nel 1991 l’uomo dei ghiacci più famoso del mondo ha dimostrato che le Alpi vengono attraversate dall’uomo da oltre 5.000 anni. Tre anni più tardi, il ritrovamento di un accampamento preistorico nei pressi di Vent fa risalire la presenza di pastori nomadi a quasi 10.000 anni fa.

Solo un occhio allenato riesce a leggere i pendii individuando i tratturi delle pecore e dei pastori. Pur non lasciando tracce tangibili nel territorio, la transumanza porta con sé una grande eredità. Da secoli il suo percorso collega il Tirolo e l’Alto Adige attraverso valichi di 3.000 metri, in parte coperti da ghiacciai, ed è l’unica migrazione stagionale ovina al mondo che oltrepassa un confine nazionale.

I pastori sono gente riservata. Non parlano. O bisbigliano o gridano. Eppure dicono tanto, se uno li ascolta bene. Oltre a imprecazioni e perle di saggezza contadina – del tipo “Se i peli delle ascelle crescono bene, il raccolto sarà buono” – dalla bocca di Jörg esce, per esempio, un resoconto della rivolta del 1806 in cui la popolazione del Tirolo storico combatté contro la Baviera e le truppe napoleoniche. Racconta dell’epoca austro-ungarica, di quando il Tirolo era ancora unito in un’unica potente contea che si estendeva da Kufstein ad Ala, nell’attuale Trentino meridionale. Gli squilla il cellulare. La suoneria è quella di “Dem Land Tirol die Treue” (Fedeltà alla terra del Tirolo), l’inno non ufficiale del Tirolo scritto negli anni ’50. “Una dura lotta ti ha spezzato in due, l’Alto Adige fu strappato via da te”, rimpiange la seconda strofa. Questa marcia a metà strada tra il provocatorio e il patetico è ancor oggi nel repertorio dei gruppi folk, non solo nostalgici ma anche giovani. L’Alto Adige è legato alla terra. Qui le montagne non sono mai state barriere, sono sempre state ponti. Con l’istituzione nel 1998 dell’Euroregione Tirolo-Alto Adige-Trentino “per una collaborazione transfrontaliera”, è stato ufficialmente riconosciuto il legame tra le aree meridionali (oggi Italia) e settentrionali (oggi Austria) del Tirolo storico; dall’anno scorso la transumanza è nella lista dei patrimoni immateriali dell’UNESCO. Anche quando con la fine della Prima Guerra mondiale il Tirolo fu ripartito tra Italia e Austria, e persino quando negli anni ’30 i fascisti avviarono l’italianizzazione dell’Alto Adige– i pastori non si sono mai lasciati privare della propria identità culturale. Hanno continuato a oltrepassare i valichi, generazione dopo generazione, con il fagotto più o meno pesante. Fino al XVI secolo era usanza riportare i morti a sud, a Castelbello, visto che Vent non aveva il cimitero. Ecco perché le statue dei santi e l’altar maggiore della chiesetta barocca di Vent arrivano dalla Val Senales. Più tardi si contrabbandavano sigarette, burro e saccarina sotto gli occhi dei Carabinieri armati alla frontiera. E nasceva anche qualche amore che a volte convolava a nozze.

Decorazione destinata a sfiorire: genziane, arnica alpina e rododendri sui cappelli dei pastori. Non perdono mai splendore, invece, le stelle alpine di feltro e i sempreverdi.

In un solitario paesaggio lunare

Le pecore esperte del percorso portano al collo un campanaccio con cui guidano rumorosamente le compagne. Per coprire la distanza di appena 20 chilometri con quasi 800 metri di dislivello ci vogliono, a seconda del meteo, dalle sette alle dodici ore. Il cammino può anche diventare disagevole e, in caso di neve e ghiaccio, addirittura pericoloso: nel 1979, sotto il valico del Niederjoch, durante una bufera di neve ci hanno lasciato la pelle settanta pecore. Capita anche che grandini, e tre anni fa la nebbia ha bloccato completamente l’avanzata. Sui crinali le ombre sono lunghe, inghiottono ogni colore. Tra le rocce calcaree le pecore si vedono appena. Al termine di una serie di ripidi tornanti si spalanca un paesaggio lunare di roccia. Presto non si potrà più tornare indietro. Ancora poco e uomini e greggi saranno immersi nella più assoluta solitudine; ogni passo è accompagnato da scampanellii in lontananza e belati ininterrotti. Fermiamoci un attimo, guardiamo indietro, dov’è la pecora, ah eccola, dietro un masso, sta masticando una pianticella isolata. Nello scompiglio del gregge in movimento le donne e gli uomini si perdono. Lentamente il sole arriva a illuminare il lago verde smeraldo del ghiacciaio dell’Hochjochferner, tutt’attorno le rocce di scisto luccicano come piccole pozze d’acqua. Dal punto di vista etimologico la parola ‘transumanza’ è un composto che viene comunemente fatto derivare dal latino: ‘trans’, al di là, e ‘humus’, suolo. Letteralmente, tuttavia, si potrebbe interpretare ‘transumanza’ anche come qualcosa di ultraterreno. Perché a pensarci bene è davvero così.

Incastonato tra l’Hochjochferner e la Graue Wand il lago glaciale sembra turchese allo stato liquido.

I guardiani di migliaia di pecore e una tradizione antica di secoli continuano ad andare avanti, imperterriti. Non hanno occhi per il panorama. “La cosa più stupida che si può fare è intralciare il cammino delle pecore”, spiega Ulrich senza interrompere la marcia. Perché funziona così: se le pecore si fermano all’improvviso, quelle che seguono continuano testardamente ad avanzare creando un tamponamento a catena.   Se si è sfortunati può succedere che un paio di pecore cadano giù per il dirupo. Il tributo alla montagna è di 1-2% di animali ogni anno. Se non sono di più è anche merito di Jessy, la bastardina di Ulrich, che tiene unite le pecore e ha l’aspetto di un soffice, sbraitante scopettone. I pastori delle fiabe non esistono più. La baita dei pastori sul Rofenberg, costruita ottocento anni fa, è stata progressivamente attrezzata di elettricità e acqua corrente, di un tetto in onduline con parabola e pannelli solari. I pastori hanno occhiali da sole a specchio, apparecchi per i denti e cellulari. Quassù si prende il 3G, il che estende enormemente la portata di segnale rispetto a fischi e incitamenti. In compenso l’Hochjochferner si è rimpicciolito. Pazzesco: un ghiacciaio se ne sta lì tranquillo per 5.300 anni e poi nel giro di trent’anni perde due terzi del suo volume. Ormai le pecore non cadono più nei crepacci; ormai gli escursionisti non devono più infilarsi i ramponi.

Se le pecore fossero degli alpinisti, riuscirebbero ad affrontare tranquillamente vie di 3° grado. E se si potessero assicurare in cordata, si cimenterebbero in imprese ancora più estreme.

Fanfare che risuonano dal fondovalle

Dopo cinque ore la carovana supera la casupola della vecchia dogana sul confine. 800 metri più avanti, a 2.845 metri di quota, si trova il rifugio Bellavista. Il panorama che hanno davanti a sé gli alpinisti e i turisti in sosta al rifugio viene invaso da una fiumana di pecore. D’un tratto, nel bel mezzo della baraonda, nasce un agnello. Altrettanto repentinamente Leo, di mestiere viticoltore, estrae dal gilet di lana un bicchierino e una bottiglia di distillato di albicocca fatto in casa e offre un giro a tutti. Pausa bevuta. I curiosi bombardano i pastori di domande e foto. Gli viene permesso di accompagnare il gregge lungo l’ultimo tratto fino giù a Maso Corto, ma devono lasciare la precedenza alle pecore.

> Senza le pecore a rallentare il passo, dall’Hochjoch Hospiz a monte della malga Rofenberg bastano tre ore per raggiungere il Bellavista.

Da qui in poi è tutta discesa, ma con la quota calano anche le energie. I pastori cambiano espressione solo per sorridere. “Ci si riesce sempre”, dice Jörg. E in effetti l’unica parte del suo viso a non essere abbronzata sono le rughe attorno agli occhi. Ai crampi ci pensa Rosa, la sorella più piccola di Hugo, che è fisioterapista. Fatjon avvolge con la benda tre zampe della sua border collie, Hex, che si è ferita inciampando sui bordi taglienti di una roccia. È quasi fatta. Il suono della fanfara annuncia l’avvicinarsi della meta. L’arrivo delle pecore dev’essere festeggiato.

È pomeriggio, manca poco alle tre. La discesa termina in una distesa di ghiaia, tra pochi mesi di qua passerà una pista da sci. Fiancheggiati dai cannoni da neve il corteo raggiunge il punto di raccolta della ‘Schofschoad’, come chiamano qui la transumanza delle pecore. In quest’area le pecore vengono divise in base al colore e riassegnate ai loro proprietari.

Alla festa dei pastori, proprio là di fronte, il Soccorso alpino della Val Senales distribuisce panini con senape e salsiccia. E per la bevuta serale: birra per intenditori. Per gran parte degli allevatori domani il cammino prosegue per un’altra mezza giornata, attraverso il Giogo Tasca, per raggiungere i masi sul Monte Sole, in Val Venosta. Hanno già l’acquolina in bocca al pensiero degli arrosti che li aspettano a casa. Cosciotti, lombate, costicine “per il sughetto”.

Nelle prossime settimane i ristoranti della Val Senales serviranno specialità a base di pecora per risvegliare l’interesse per la carne ovina tra la gente. Spezzatino, polpette, straccetti, salame e insalata con bollito di carne: dopo l’alpeggio in Ötztal la carne è al massimo della sua bontà. Per mesi le pecore si sono nutrite esclusivamente di erbe alpine, fiori selvatici e acqua fresca del ghiacciaio, hanno stinchi muscolosi e succulenti. La maggior parte di loro, in ogni caso, a giugno dell’anno prossimo riattraverserà i valichi per raggiungere la malga Rofenberg. La tradizione continua a vivere.

Solo in primavera i pastori decideranno se e quando comincerà la prossima traversata. Se l’inverno non sarà dei più rigidi, la transumanza si svolgerà come ogni anno il secondo fine settimana di giugno e di settembre. Un appuntamento da segnare: i turisti e i visitatori che vogliono assistere sono i benvenuti.

Per maggiori informazioni:
Ötztal Tourismus
A-6450 Sölden
Telefono +43.572.00.0

Il lavoro sembra finito ma non lo è: prima di andare a letto bisogno ancora contare le pecore

A causa dell’attuale situazione di emergenza COVID-19 i festeggiamenti sono soggetti a variazioni. Si prega di richiedere maggiori informazioni presso l’ufficio turistico locale.

Foto: © Thomas Straub

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